THE LEGEND OF ZELDA: BREATH OF THE WILD – RECENSIONE

THE LEGEND OF ZELDA: BREATH OF THE WILD – RECENSIONE

Qualsiasi sia la vostra età, Nintendo è praticamente considerato sinonimo di videogiochi e tutti ne riconoscono i risultati conseguiti in questo settore negli ultimi trent’anni. Al giorno d’oggi, la Grande N continua a fare la storia, portando avanti con uno stile quasi estemporaneo le proprie idee e, soprattutto, i propri valori, sempre più distanti dalle grandi produzioni.

É passata ormai qualche settimana, per non dire quasi un paio di mesi, dall’arrivo nelle case dei videogiocatori dell’ultimo curioso device, Nintendo Switch, che ha portato con sé un gioco di un fascino che sa di “vecchio”, ma di quel vecchio che sa inconfondibilmente di buono, come un vino o un formaggio ben stagionato. Stiamo ovviamente parlando di The Legend of Zelda: Breath of the Wild, di cui magari non vi aspettavate (più?) una recensione su queste pagine, in cui trattiamo più volentieri di esperienze online e multigiocatore. Abbiamo però deciso di fare un’eccezione e ne capirete ben presto i motivi.

 

The Legend of Zelda: Breath of the Wild

La principessa ha ancora bisogno di noi, e noi ci saremo

Inutile dire che The Legend of Zelda sia un marchio storico che per decenni ha saputo fare le fortune di Nintendo, secondo forse soltanto a Mario. Dopo tutti questi anni e tanti capitoli della serie, è veramente difficile riuscire a mantenere quest’ultima, così longeva, sopra la sufficienza, senza scadere nel banale, nel dozzinale. Capita, purtroppo, di finire col portare un prodotto trito e ritrito che non ha più nulla da dire, ma che campa sulle spalle del nome glorioso che porta, talvolta anche infangandolo.

Breath of the Wild non è assolutamente nulla di tutto ciò. Si tratta, invece, di una vera e propria pietra preziosa che si poggia gloriosa su una corona sfarzosa, pretendendone uno spazio importante e di primo piano, come una vera protagonista. Difficile che in queste ultime settimane abbiate vissuto in un buco, sotto una caverna, su un’isola sperduta in un oceano di un pianeta di una galassia remota, e non abbiate già la nausea di tutte le lodi verso questo titolo, che talvolta rasentano addirittura lo stucchevole. Ebbene, anche noi vogliamo dirvi la nostra e, per quanto possibile, cercheremo in queste righe di rimanere obiettivi e critici, ma c’è un motivo se da tutti (o quasi) Breath of the Wild è ritenuto il grande capolavoro di questo 2017, per non dire degli ultimi anni.

L’incipit narrativo resta fedele ai canoni della serie: saremo chiamati ad impersonare il valoroso Link (checché se ne dica in giro) per salvare ancora una volta la principessa Zelda dalle grinfie della malvagia entità che porta il nome di Calamità Ganon. Per chi non fosse pratico della serie, facciamo solo un piccolo appunto. The Legend of Zelda non vede protagonisti sempre lo stesso Link che deve salvare la solita Zelda, salvo rarissime eccezioni di seguiti diretti. Nella terra fantastica di Hyrule, in migliaia di anni il male ha sempre cercato di corrodere e distruggere il mondo, scontrandosi ogni volta contro un valoroso combattente e una principessa di sangue divino. Di queste battaglie ne vengono narrate ben due antecedenti questa avventura, come setting o lore che dir si voglia, in modo da capire in quale contesto siamo capitati. In un’epoca antica, messi in guardia dall’ennesima profezia, i popoli di Hyrule trovarono e disseppellirono macchine ancestrali di una razza data ormai per scomparsa, gli Sheika. Grazie a questi guardiani e quattro colossi sacri, la malvagia Calamità Ganon fu subito sconfitta e riconfinata nell’oblio… ma questo non la fermò e, riorganizzatasi, tornò e usò i suoi poteri per sottomettere al proprio volere tutte le macchine ancestrali, segnando di fatto la disfatta di Hyrule. Né i quattro campioni al comando dei colossi, né lo stesso Link riuscirono minimamente a tener testa alla minaccia incombente. Grazie solo al divino intervento della principessa Zelda si riuscì a salvare temporaneamente il mondo, nonché la vita dello stesso Link, impegnandosi così a contenere la Calamità per cento lunghi anni.

La nostra avventura inizia proprio qui, al risveglio del campione degli Hylia dopo un lungo sonno ristoratore, nel quale pare aver perso ogni memoria e potere. Ci troveremo soli in un mondo pericoloso, inizialmente nudi ed indifesi, completamente spaesati e senza una meta, circondati da tutti i colori, i paesaggi e i segreti che attendono solo noi.

 

The Legend of Zelda: Breath of the Wild

Mille cose da fare, tutte a modo nostro

I primi momenti di gioco, come spesso accade, servono per introdurre al giocatore determinate meccaniche principali. Le torri, come ormai di consueto accade in molte produzioni, ci riveleranno una specifica porzione della vasta mappa di Hyrule, mentre i sacrari rappresentano piccoli dungeon in cui ci basterà risolvere degli enigmi, spesso con l’utilizzo di alcuni poteri, per ottenere degli emblemi da scambiare successivamente per portacuori e portavigori. Impareremo presto anche a raccogliere qualsiasi elemento utile, stiparlo e utilizzarlo nel migliore dei modi. Una mela, ad esempio, può essere consumata fresca per recuperare un po’ di salute, ma è possibile recuperarne il doppio se la si cuoce vicino al fuoco, o addirittura di più se si cucina qualche piatto in un calderone insieme ad altri ingredienti adatti.

Quanto invece al materiale bellico, esso si divide in tre semplici categorie: armi da mischia, archi e scudi. Inizialmente le nostre sacche per trasportare le armi saranno veramente risicate, tuttavia ogni pezzo ha una durata molto limitata e ciò ci costringerà ad una rotazione continua, conservando solo quelle più potenti per il nemico opportuno. Per aumentare la capacità di trasportare più armi di uno stesso tipo, ci basterà trovare i tantissimi Korogu sparsi ad ogni angolo, guadagnare da loro dei semi e darli al buon Castonne non appena lo avremo incontrato.

Questa descrizione abbastanza sommaria è stata fatta di proposito per esprimere un concetto tanto semplice quanto nascosto: il gioco è tutto qui. Ciò vuol dire che le cose da fare sono essenzialmente poche, semplici da capire e potenzialmente possono bastarci per poter completare la storia. Tuttavia è la cura con cui queste poche e semplici meccaniche vengono combinate insieme che lascia veramente a bocca aperta. Il giocatore è realmente libero all’interno di questo particolare free roaming open world. Poche volte una produzione videoludica ha visto così accentuati gli elementi sandbox, poiché abbiamo totale libertà di scelta, sia per l’iter, sia per decidere le priorità, sia su come affrontare ogni situazione. Guardate a Breath of the Wild come una tela, dei colori e dei pennelli. Ognuno ha lo spazio e il modo di raccontare la propria avventura come preferisce e ciò è possibile solo grazie ad una serie infinita di dettagli, che possono talvolta sembrare piccoli e quasi insignificanti, ma che alla fine fanno tutta la differenza del mondo.

Iniziamo a parlare del motore fisico, che è estremamente curato in quella che è la sua logica intrinseca. Gradualmente riusciremo a padroneggiare, quasi senza renderci davvero conto, tutto il sistema programmato per noi. Capiremo quindi quali elementi possiamo usare, in quali modi e per quali finalità. Può essere un masso da far rotolare giù da un pendio verso un accampamento di Bobblin, un albero da abbattere per creare un ponte e superare una scarpata, barili esplosivi o anche solo dell’erba da dare alle fiamme per attirare i nemici in un’altra trappola più pericolosa. Ma se tutto questo non ci interessa, siamo comunque liberi di affrontarli a muso duro, oppure aspettare la notte ed eliminarli uno ad uno furtivamente nel sonno. Sta tutto nelle nostre mani.

Ciò ci porta però ad un altro importante elemento che alza di molto il valore di questo Zelda, ossia l’intelligenza artificiale. Ogni nemico cercherà sempre di agire sulla base di ragionamenti semplici ma estremamente validi: di volta in volta li vedremo cambiare strategia in base al loro numero, al loro equipaggiamento e, soprattutto, alle nostre azioni. Credete di poterli uccidere uno dopo l’altro con delle bombe? O di colpire un lucertolone con lo stesso boomerang che gli avete appena sottratto? O, ancora, che basti disarmare un nemico per renderlo offensivo? Vi sbagliate di grosso. Ogni nemico è pronto a controbattere ogni mossa, spinto dalla sua stessa esperienza, che sia rispedirci con un calcio l’ennesima bomba o riafferrare al volo il boomerang. Nel caso in cui siano privati di qualsiasi arma, sono pronti a combattere con equipaggiamenti di fortuna, fosse anche un loro alleato più piccolo da usare a mo’ di clava. Ogni situazione è dinamica, coerente e mai banale.

 

The Legend of Zelda: Breath of the Wild

L’upgrade più importante è l’esperienza

Molto spesso, soprattutto quando si tratta di RPG, la storia o la mappa vengono sezionate in modo tale che il livello di difficoltà aumenti man mano che il giocatore avanza. Questo, in Breath of the Wild, è presente ma in maniera molto meno marcata e riguarda essenzialmente le prime zone da esplorare, di un livello nettamente più abbordabile di tutto il resto, per dare al giocatore quelle 5-6 ore per assimilare bene le nozioni di cui ha bisogno. Viceversa è possibile trovare alcuni nemici, sia normali sia soprattutto miniboss, molto potenti e difficili da gestire. Questi non sono però collocati in punti particolari: sono semplicemente nascosti o limitati a determinati eventi. Li potremmo trovare nelle prime ore o dopo svariate decine, dipendentemente da che strada abbiamo intrapreso e dove il nostro spirito esplorativo ci ha condotto.

Il plot della main quest è molto semplice: reimpadronirsi dei quattro colossi, sparsi letteralmente ai quattro angoli di Hyrule, e affrontare la Calamità Ganon. Nulla ci vieta di riprendercene uno soltanto, o addirittura nessuno, e andare dritti alla meta. Questo ci negherà qualche potere extra utile, o un piccolo vantaggio nello scontro finale, tuttavia sta solo alle nostre capacità. Man mano che avanzeremo, che sconfiggeremo nemici, che completeremo sacrari o qualsiasi altra cosa, il vero valore aggiunto non sarà soltanto un cuoricino in più per Link o una nuova spada con un alto valore d’attacco. Starà nella nostra esperienza, nella nostra bravura nel combattere, subendo il meno possibile. Così come un sacrario può essere più ingegnoso da risolvere rispetto ad uno più lineare, ci sono solo nemici più duri da sconfiggere ma non impossibili a causa di un’ipotetica mancanza di oggetti o poteri propedeutici. In questo Zelda non funziona così. Non è Link a dover essere pronto, ma il giocatore. Perciò, quando vi sentirete in grado di affrontare un sacrario o una zona particolare, andate e mettetecela tutta.

Grazie ad una struttura così peculiare, è facilissimo perdersi tra le tantissime attività secondarie, senza mai rinunciare al coinvolgimento o alla gratificazione. Ogni personaggio che troveremo può fornire informazioni importanti, chiederci dei favori o svelarci alcune chicche molto sfiziose. Altri ci proporranno dei metodi curiosi di guadagnare qualche rupia extra, come il gioco d’azzardo, il bowling o l’aiutare uno scienziato nei suoi studi. Sarà comunque raro trovare degli NPC nelle lande desolate di Hyrule, a meno che non abbiano una storia che giustifichi la loro presenza in quel punto esatto, ma più convenzionalmente potremo trovarli nei pressi dei villaggi o delle stalle, luoghi in cui viaggiatori e avventurieri trovano ristoro e dove noi possiamo far registrare un cavallo dopo averne domato uno selvaggio. Questi sono forse i posti più sottovalutati, ma che vanno sempre degnati di una particolare attenzione. Proprio il fatto che non sia un vero e proprio villaggio, in cui un gruppo di persone di un particolare popolo ha deciso di restare per vivere tranquillamente la propria vita, ci permetterà di imbattervi nelle personalità più bizzarre e sono proprio queste ultime che hanno le cose più interessanti da svelare.

Tra le quest primarie e quelle secondarie più di rilievo, avremo la possibilità di affidarci alla mappa sulla tavoletta Sheika per orientarci, eppure in tantissime circostanze toccherà a noi – e soltanto a noi – capire dove andare, cosa fare e a che ora per raggiungere l’obiettivo. Questa è un’altra feature che sta pian piano sparendo dalle produzioni moderne e che fa piacere ritrovare in un titolo così importante. Si crea così un perfetto mix di sezioni un po’ più guidate ed altre lasciate solo a discrezione del giocatore, che ne aumenta esponenzialmente la stratificazione del gameplay e che dà modo così a tutti di fruire del gioco nel modo che più aggrada, divertendosi in qualunque momento.

Parlando invece di una delle caratteristiche più famose del brand, vi starete chiedendo che fine hanno fatto i dungeon o templi, che dir si voglia. Qui il discorso si fa un po’ più sottile e vede coinvolti i vari poteri che sbloccheremo già all’inizio della storia, non appena ci addentreremo nei sacrari dell’altopiano. Bombe, magnetismo, stasi e la possibilità di creare blocchi di ghiaccio sulle superfici d’acqua: questi sono i poteri a disposizione per risolvere i vari enigmi. I primi sacrari, come ovvio, sono monotematici e servono da semplici tutorial per comprendere, almeno in parte, le possibili applicazioni pratiche degli stessi, ma starà poi a noi comprendere dove usarli e in che modo. Questo coinvolge innanzitutto gli altri sacrari, oltre un centinaio, sparsi ovunque e che non aspettano altro che essere trovati, raggiunti e/o sbloccati, ma anche all’aperto ci sarà molto da fare. Su questo non indugiamo oltre giusto per non rovinarvi il gusto di scoprire determinate cose e, per lo stesso motivo, vi diremo poco pure dei Colossi, che rappresentano la nuova vera trasposizione dei vecchi templi del fuoco, della terra, dell’aria e dell’acqua, a cui vengono aggiunte delle meccaniche molto ingegnose riguardo all’interazione con il dungeon stesso in maniera totale.

Le boss fight correlate sono ben differenziate e, come è consuetudine, divise in fasi molto interessanti. In particolare una ci ha colpito e soddisfatto ma, anche in questo caso, non vogliamo rovinarvi la sorpresa.

 

The Legend of Zelda: Breath of the Wild

Non solo arte ma anche tecnica

Parlando di Nintendo, e in particolare dei suoi standard, ci spiace constatare che per quest’ultimo capitolo della saga di Zelda non siano riusciti a garantire un framerate superiore a 30, che purtroppo vede anche qualche piccolo calo in situazioni e luoghi particolari, in cui la potenza di calcolo dell’hardware fatica a stare dietro a tutte le cose che presenti a schermo. Dal punto di vista della risoluzione non si va oltre il semplice HD, che viene però upscalato leggermente una volta dockata la nostra Switch. Giusto ad onor di cronaca, anche Wii U rimane su livelli qualitativi simili, forse leggermente meno ottimizzati, ma garantendo comunque la stessa qualità e fruibilità del gameplay e di tutte le sue feature senza alcuna rinuncia. Questi limiti in termini di prestazioni fanno sì che alcuni caricamenti siano leggermente troppo lenti e la pulizia dell’immagine non sia proprio perfetta, sporcando uno stile grafico con un po’ di aliasing e altri bug minori, come l’effetto pop-in. Nel colpo d’occhio generale, tuttavia, possiamo apprezzare uno stile veramente unico e delizioso, simile quasi ad una tavola dipinta con acquerelli saturi vivaci e brillanti, insomma una vera gioia per gli occhi. Apprezziamo inoltre la possibilità di scorgere elementi importanti, come torri e sacrari, da qualsiasi posizione grazie alla modalità telescopica della tavoletta, che aiuta molto il giocatore ad orientarsi e trovare preziosi punti di interesse.

I comandi sono semplici e intuitivi, così come le varie meccaniche ambientali e di combattimento, ma il gioco richiede molta attenzione per poterne padroneggiare il gameplay a 360° e poter godere di piccole chicche già viste in altri titoli più action, come la schivata perfetta e il parry. I limiti, lo ripetiamo, per una volta non sono imposti dal gioco al giocatore ma viceversa. Unico appunto, particolarmente soggettivo, riguarda i sensori di movimento da usare in caso di mira con l’arco o col telescopio, con cui non abbiamo avuto un gran feeling.

Dal punto di vista audio, sappiamo tutti che in questo campo Nintendo è maestra. Che si tratti di effetti sonori ambientali o di colonna sonora, la qualità è sempre su livelli ottimi. Può sembrare strano che, all’alba del 2017, ancora si prediliga lasciare tanti testi senza doppiaggio, riservato solo alle cutscene più importanti, lasciando quasi tutti gli NPC praticamente afoni, se non per qualche – pur simpatico – versetto che accompagna i box testuali. Strano, si diceva, eppur comprensibile ed accettabile che si voglia mantenere questa impronta più “classica”, sia per venire incontro ai limiti tecnici che non possiamo certamente ignorare, sia per mantenere un filo conduttore con i capitoli del passato.

 

 

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